L’intelligenza artificiale (IA) è una delle rivoluzioni tecnologiche più rilevanti della nostra epoca. Se da un lato offre possibilità senza precedenti nell’ambito dell’automazione e dell’analisi dei dati, dall’altro solleva interrogativi profondi sulla natura dell’intelligenza, dell’autorialità e della responsabilità umana. Questo report raccoglie e approfondisce le riflessioni di Cosimo Accoto, Luca Perri, Gianvito Martino che hanno analizzato l’IA attraverso un approccio interdisciplinare che spazia dalla filosofia alla scienza, fino all’educazione.
L’ultima parola: linguaggio, testualità e autorialità
L’IA, afferma Cosimo Accoto, è una “planetaria provocazione di senso” che interroga radicalmente ed esistenzialmente l’umano sulle sue (presunte) prerogative: il linguaggio, la visione, l’azione.
Cosimo Accoto introduce la provocazione dell’”ultima parola”, ispirandosi a Gabriele D’Annunzio e al suo verso: “…non odo parole che dici umane”. L’IA produce testi secondo modelli probabilistici di predizione delle parole che simulano le proprietà formali della lingua ma senza avere relazione alcuna con la comprensione e conoscenza della realtà. Ma non è semplicemente un predittore di testo (macchina calcolatrice delle parole). Interroga l’umano sul senso stesso della parola scritta e del linguaggio umano. E con essa anche altri concetti come l’autorialità. Per lungo tempo prerogativa esclusiva dell’essere umano, è oggi messa in discussione da modelli linguistici avanzati che possono generare contenuti testuali indistinguibili da quelli prodotti da una persona.
Se la parola scritta non è più dominio esclusivo dell’uomo, dobbiamo ridefinire il concetto di autore? L’IA genera testi sulla base di probabilità statistiche, senza intenzionalità o esperienza diretta. Questo fenomeno solleva questioni anche sulla creatività: la scrittura è un atto esclusivamente umano o può essere delegato anche alle macchine? Se i testi prodotti dall’IA sono indistinguibili da quelli umani, il valore della scrittura risiede solo nell’intenzionalità dell’autore o anche nella ricezione del lettore?
L’autorialità non è, dunque, l’unico aspetto in discussione: le nuove tecnologie riformulano anche la nozione di comunicazione, obbligandoci a riconsiderare il modo in cui ci relazioniamo con il linguaggio. Possiamo fidarci di un testo generato da una macchina? Chi è responsabile di un’opera creata con l’IA? Sono domande che mettono in discussione il nostro rapporto con l’intelligenza artificiale e la sua integrazione nella produzione culturale.
L’Occhio assente: il paradosso delle immagini artificiali
Le immagini prodotte dall’IA hanno radicalmente trasformato il concetto di originalità visiva e della sua manipolazione. Un esempio emblematico è la famosa fotografia generata da un’intelligenza artificiale generativa grafica che ritraeva Papa Francesco con un piumino bianco di lusso. Questo episodio (deep fake) ha dimostrato che l’IA può creare rappresentazioni talmente realistiche da ingannare anche gli osservatori più attenti. Sembra una fotografia, ma non lo è.
Accoto introduce il concetto di “occhio assente” per descrivere il problema della nuova visualità delle immagini nell’era dell’IA. Se un’immagine può essere generata senza che ci sia stato un evento reale a cui essa faccia riferimento, allora la nostra capacità di discernere il vero dal falso viene messa a dura prova. In passato, la fotografia era considerata comunemente un riflesso fedele della realtà; oggi, con l’IA, assistiamo alla nascita di “copie senza originali”, fenomeno che richiama il concetto filosofico di simulacro elaborato da Jean Baudrillard. L’occhio non è più presente in molti casi (fotografia fatta da macchine per macchine) o incapace di discernere (fotografia indistinguibile da una sintografia). Per questo il verso scelto è quello di Neruda: “più non si incanteranno i miei occhi”.
Le implicazioni di questo fenomeno sono vaste: il nostro rapporto con la verità visiva si sta modificando in modo irreversibile. Le immagini non sono più prova incontrovertibile di un evento e la manipolazione digitale raggiunge livelli di sofisticazione impensabili fino a pochi anni fa. Come per il linguaggio, anche le immagini perdono la storica necessità della referenza con il mondo fisico. Questo solleva questioni di natura etica e sociale, in particolare per quanto riguarda la disinformazione e il rischio di manipolazione dell’opinione pubblica, la sicurezza informatica e le guerre.
L’atto osceno: gesti, corpi e intenzionalità nelle macchine
Un’ultima provocazione riguarda il movimento e l’azione. Le macchine non solo parlano e vedono, ma anche agiscono sempre più dentro le nostre vite producendo eventi e prendendo decisioni. Tuttavia, i loro gesti non sono per noi immediatamente riconoscibili come mossi da intenzioni o emozioni come accade per gli esseri umani. Accoto definisce questo fenomeno “atto osceno” in quanto sono azioni che disturbano il comune senso dell’umano. In questo caso prendendo ispirazione da un verso poetico di T.S. Eliot: “tra il gesto e l’atto cade l’ombra”.
Le macchine possono riprodurre il comportamento umano, ma spesso riescono anche a fare movimenti e gesti impossibili all’umano. E per noi difficilmente comprensibili. Robot e automi compiono movimenti che, seppur perfetti dal punto di vista meccanico, risultano alienanti per noi in quanto non ne capiamo immediatamente l’intenzionalità. Il nostro rapporto con questi corpi artificiali diventa quindi un nuovo campo di indagine filosofica ed etica: fino a che punto possiamo accettare macchine che dissimulano il comportamento umano? Possiamo attribuire intenzionalità ai loro gesti e come fare? La loro crescente autonomia in che misura pregiudica, limita, vincola o interrompe la nostra? L’IA solleva questioni su ciò che rende un’azione “umana” e su come interagire con entità che simulano comportamenti o che li dissimulano. Non si tratta solo di problemi. Queste sono provocazioni e di fronte a queste provocazioni, non basteranno educazione digitale, guida etica, regolazione giuridica, direzione politica. Dovremo fare innovazione culturale (umano-centrica o planeto-centrica?), cioè produrre nuovi significati e saperi per un mondo che si sta trasformando radicalmente ed esistenzialmente.
L’IA come sistema complesso
Luca Perri focalizza il suo intervento su come l’intelligenza artificiale non sia un sistema prevedibile: essa è caratterizzata da un’evoluzione continua e non lineare. Diversamente dai sistemi complicati, che sono scomponibili in parti più semplici, i sistemi complessi – come l’IA – presentano interazioni dinamiche che rendono impossibile prevederne il comportamento con certezza. Un esempio è MidJourney, che in breve tempo ha migliorato la rappresentazione delle mani grazie ai feedback degli utenti, dimostrando che l’IA apprende e si adatta sulla base delle interazioni umane.
Questo ci porta a una questione cruciale: possiamo controllare l’evoluzione di sistemi complessi come l’IA? Quali sono i rischi e le opportunità di questa imprevedibilità? L’IA introduce una nuova forma di agency che non è né completamente autonoma né interamente determinata, ma emerge dall’interazione tra dati, utenti e algoritmi.
Un altro problema fondamentale riguarda i bias cognitivi presenti nei modelli di IA. Poiché questi sistemi apprendono da dati umani, inevitabilmente ereditano i pregiudizi e le discriminazioni esistenti nella società. L’impiego dell’IA in settori sensibili, come la giustizia e la sanità, solleva questioni etiche fondamentali. Se un algoritmo viene addestrato su dati distorti, può generare decisioni discriminatorie che rafforzano le disuguaglianze anziché eliminarle.
Un caso emblematico è quello degli algoritmi utilizzati nel sistema giudiziario statunitense, che hanno mostrato tendenze discriminatorie nei confronti delle minoranze. Questo dimostra come l’IA non sia neutrale, ma influenzata dai dati e dagli obiettivi con cui viene progettata. È dunque fondamentale adottare un approccio multidisciplinare che coinvolga filosofi, eticisti, scienziati e tecnologi per garantire un utilizzo equo e responsabile dell’IA.
Implicazioni etiche e sociali dell’Intelligenza Artificiale
Gianvito Martino ha sottolineato alcuni aspetti fondamentali legati all’intelligenza artificiale in ambito medico e ai bias cognitivi che possono emergere. Ha evidenziato che l’IA deve essere considerata un mezzo, non un fine: si tratta di uno strumento basato su meccanismi matematici e statistici che elaborano associazioni tra dati. Il pericolo maggiore non è tanto che l’IA possa imitare il pensiero umano, quanto il rischio che gli esseri umani inizino a ragionare come essa, riducendo la complessità del pensiero a logiche binarie e schematiche.
Secondo Martino, questa tendenza è già osservabile nei comportamenti delle nuove generazioni, spesso influenzate dai dispositivi digitali e dai videogiochi che propongono scelte limitate e predefinite. L’abitudine a interfacciarsi con strumenti che semplificano la realtà potrebbe compromettere la capacità di elaborare pensieri articolati e sfumati, rendendo il ragionamento sempre più rigido e schematico.
Questo fenomeno, secondo Martino, si collega alla teoria dell’emergentismo britannico, che sostiene che non sempre è necessario un cambiamento fisico o biologico per influenzare il comportamento umano: anche l’ambiente in cui un individuo cresce e si sviluppa può determinare profondi cambiamenti nel modo in cui pensa e interagisce con la realtà. L’uso massivo dell’IA potrebbe quindi condizionare la mente umana in modi ancora poco compresi, modificando persino la biologia e la trasmissione di informazioni alle generazioni future.
Un esempio citato riguarda i bambini esposti precocemente a contenuti digitali. Martino ha menzionato uno studio condotto in Australia che ha mostrato come i bambini che fanno un uso eccessivo di video e strumenti digitali abbiano difficoltà nello sviluppo di capacità logiche e comunicative. L’utilizzo di dispositivi come i tablet per intrattenere i bambini può quindi portare a una distorsione della realtà, alterando il loro sviluppo cognitivo e le capacità di interazione sociale.
Un ulteriore aspetto centrale discusso riguarda il ruolo dell’accudimento e dell’educazione nello sviluppo dei bambini. La famiglia e la scuola hanno la responsabilità di fornire un ambiente equilibrato, in cui le tecnologie possano essere utilizzate in modo consapevole e controllato. Martino ha sottolineato che l’esposizione eccessiva a contenuti digitali può avere conseguenze profonde, analoghe a quelle osservate in bambini che hanno subito traumi o esperienze di stress: è stato dimostrato che tali esperienze possono portare a cambiamenti neurobiologici e ad alterazioni nella gestione dello stress.
Pertanto, è cruciale che genitori ed educatori assumano un ruolo attivo nell’accompagnare le nuove generazioni nell’uso delle tecnologie digitali, evitando un’esposizione precoce e prolungata e promuovendo un’educazione che bilanci strumenti digitali e interazione reale. La scuola, dunque, deve diventare un luogo di formazione integrale, dove si insegnano non solo le competenze tecniche, ma anche le dimensioni critiche e umane dell’apprendimento.
L’Intelligenza Artificiale e il futuro della cultura
Luca Perri ha ripreso la discussione sollevata da Gianvito Martino, evidenziando che la situazione attuale rappresenta una vera e propria emergenza culturale. Non si tratta di un problema limitato alla tecnologia, ma di una trasformazione profonda che coinvolge la società nel suo complesso.
Siamo di fronte a un paradosso: da un lato, la tecnologia offre opportunità incredibili per la conoscenza e la ricerca, dall’altro rischia di erodere le basi culturali che hanno caratterizzato il nostro sviluppo storico. L’intelligenza artificiale può generare testi e immagini, ma non ha una biografia, un vissuto, un’esperienza. Questo solleva una domanda fondamentale: abbiamo smesso di insegnare e valorizzare le dimensioni più umane della conoscenza, come la creatività, l’emotività e la poetica, ben prima dell’arrivo dell’IA?
La scuola ha un ruolo cruciale in questa fase di transizione. È fondamentale non trascurare l’insegnamento della letteratura, della filosofia e delle arti, elementi che distinguono l’essere umano dalla macchina. Ha inoltre evidenziato che le generazioni passate si sono dovute adattare al digitale in maniera reattiva, mentre oggi i giovani vivono immersi in un contesto in cui l’IA è parte integrante della loro realtà. È quindi essenziale fornire loro strumenti adeguati per comprenderne il funzionamento e sviluppare un uso critico della tecnologia.
Alla luce di queste considerazioni, si pone una riflessione su come possiamo regolare e regolarci nell’uso delle tecnologie digitali. La scienza ha sempre trovato il modo di integrare le innovazioni nella società, ma è fondamentale un approccio consapevole per evitare di perdere il controllo su strumenti così potenti.
Un esempio pratico riguarda l’uso dell’intelligenza artificiale nella didattica: Perri suggerisce di utilizzare l’IA come supporto per il pensiero critico, ad esempio chiedendo agli studenti di verificare le informazioni fornite dagli algoritmi, piuttosto che accettarle passivamente. Un altro esempio potrebbe essere l’uso dell’IA per proporre esperimenti scientifici o attività pratiche che permettano di osservare i limiti della tecnologia e le sue potenziali distorsioni.
Il futuro dell’intelligenza artificiale dipende dalle scelte che facciamo oggi. Se vogliamo evitare scenari in cui l’IA sostituisce completamente la dimensione umana della conoscenza, dobbiamo investire in una formazione che integri scienza e umanesimo, promuovendo un uso etico e consapevole di queste tecnologie.
Partendo dalle considerazioni di Cosimo Accoto, si riflette su come la poesia e la letteratura siano radicate nella biografia dell’autore, mentre l’intelligenza artificiale non possieda una biografia. Questo solleva una questione importante: si sta ancora insegnando poesia nelle scuole, o si è smesso di curare le dimensioni più profonde dell’umanità, come creatività ed emotività? Le risposte a queste sfide risiedono in due ambiti principali: la politica e la scuola.
La politica ha il compito di regolamentare e orientare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’Europa ha adottato regole focalizzate sulla persona, a differenza degli Stati Uniti, che si concentrano sul business, e della Cina, che pone l’accento sullo Stato. La scuola, d’altro canto, deve affrontare questi processi trasformativi, coltivando il pensiero critico, creativo ed emotivo che ci rende umani.
Attualmente, si è in ritardo rispetto alla digitalizzazione. Il web utilizzato oggi è nato nel 1993, e ci si chiede ancora se nelle scuole siano stati introdotti corsi per un uso consapevole delle nuove tecnologie. Le aziende possono vendere i loro strumenti, ma è compito della scuola e della politica educare a un utilizzo responsabile. È fondamentale affrontare l’educazione al digitale in modo collettivo, altrimenti si rischia di non essere pronti per il 21° secolo.
Un’altra questione cruciale è come integrare l’intelligenza artificiale nella didattica della fisica senza sacrificare la creatività. Quando una nuova tecnologia viene introdotta, è fondamentale comprenderla e trovare un equilibrio. Un esempio significativo è rappresentato dalle automobili, che all’inizio del Novecento hanno risolto i problemi di traffico causati dalle carrozze. Ora ci si trova di fronte a un salto quantico nell’approccio al pensiero e alla comunicazione, e si deve garantire che gli educatori siano preparati a gestire questa evoluzione.
È cruciale creare percorsi formativi per insegnanti che li preparino a trattare argomenti complessi legati all’intelligenza artificiale. Non è realistico aspettarsi che gli insegnanti siano pronti a spiegare argomenti che non hanno mai affrontato. È necessaria una riforma complessiva del sistema scolastico che metta al centro la formazione degli insegnanti e non limitarsi ad una formazione “tecnica”, sugli strumenti tecnologici.
Passando a un aspetto specifico dell’integrazione dell’intelligenza artificiale nella didattica, un buon punto di partenza è l’uso dell’IA per la verifica delle fonti, particolarmente rilevante in ambito scientifico, dove la verità delle informazioni è essenziale. L’IA può essere utilizzata per generare bibliografie e successivamente verificare la loro accuratezza con gli studenti, insegnando loro a riconoscere come le informazioni possano essere manipolate.
Un’altra idea per la didattica laboratoriale consiste nell’utilizzare l’intelligenza artificiale per suggerire esperimenti semplici da eseguire in cucina, confrontando poi i risultati con le previsioni generate. Questo approccio consente di esplorare come l’IA possa presentare pregiudizi e offre la possibilità di smontare queste idee attraverso l’esperienza pratica.