Durante un incontro precedente (panel La scuola oggi e la scuola che vorrei), i ragazzi hanno espresso il desiderio di un approccio più audace alla tecnologia da parte degli insegnanti. A tal proposito, il Dottor Pellai ha confidato di nutrire qualche timore nei confronti di questo pubblico, data la sua posizione critica nei confronti della tecnologia. Comprendere le motivazioni di questa preoccupazione è di particolare interesse, così come approfondire la crisi che sembra investire le due principali istituzioni educative: scuola e famiglia. Negli ultimi cinque anni, l’accesso a nuovi dati sul benessere mentale è aumentato in modo significativo, eppure queste istituzioni mostrano segni di difficoltà. Come possono insegnanti e genitori ritrovare una direzione più sicura?
Il Dottor Pellai evidenzia come, negli ultimi 10-15 anni, il suo impegno si sia concentrato nel promuovere un uso più consapevole e limitato del digitale nella vita di bambini e ragazzi. Sulla base delle conoscenze relative al funzionamento della mente in età prescolare e scolare, in particolare tra i 10 e i 14 anni, sottolinea l’importanza di offrire ambienti adeguati che siano al contempo stimolanti e sicuri, evitando condizioni che possano risultare dannose per lo sviluppo cognitivo ed emotivo.
Secondo Pellai, la questione non riguarda semplicemente il digitale in sé, ma l’uso di strumenti iperconnessi, che trasformano l’ambiente di crescita da fisico a virtuale. Un undicenne che trascorre tre o quattro ore al giorno davanti a uno schermo sta realmente favorendo il proprio sviluppo e la costruzione della propria identità? Dieci anni fa, questa riflessione si basava su intuizioni e studi limitati, ma oggi la ricerca sulla Generazione Z fornisce dati concreti. In particolare, emergono evidenze da tre ambiti di studio: dati comportamentali, clinici e di neuroimaging. Tali evidenze indicano che l’ingresso massiccio del digitale nella vita dei ragazzi non ha rappresentato una risorsa, bensì un fattore di rischio per la loro salute mentale, rendendo necessario un ripensamento del suo utilizzo.
Nel contesto scolastico, emerge una crescente richiesta di esperienze di apprendimento immersive, come lezioni svolte nel metaverso. Tuttavia, è essenziale chiedersi se il cervello umano sia realmente in grado di passare senza difficoltà da un’esperienza digitale intensiva alla realtà concreta. La salute mentale si basa sulla capacità di confrontarsi con la realtà: se quest’ultima viene filtrata e distorta dal virtuale, si possono generare problematiche significative. Un caso esemplificativo è quello di una ragazza che ha subito abusi nel metaverso e ha riportato conseguenze traumatiche anche nella vita reale, dimostrando la complessità delle interazioni tra mondo virtuale e psicologia umana, un ambito di ricerca ancora in fase iniziale.
Un punto fondamentale su cui riflettere è come favorire la crescita mentale, sfruttando la neuroplasticità del cervello per ottimizzare le capacità di apprendimento. I dati attuali suggeriscono che i bambini apprendono in modo più efficace attraverso strumenti analogici rispetto a quelli digitali. Un esempio significativo proviene dalla Svezia, dove la reintroduzione dei libri cartacei nelle scuole primarie, in sostituzione dei tablet, ha mostrato effetti positivi sull’apprendimento. Questo non riguarda solo gli studenti, ma anche gli insegnanti, chiamati a riflettere sull’uso della tecnologia nei percorsi educativi, anche in età adulta.
Il digitale può rappresentare una risorsa, ma solo se utilizzato in modo strumentale; quando diventa un ambiente totalizzante, può generare problematiche. L’apprendimento deve essere un’esperienza gratificante, ma anche impegnativa, sviluppando nei ragazzi la capacità di tollerare la frustrazione. La scuola, infatti, deve rimanere un contesto in cui lo sforzo è parte integrante del percorso di crescita.
Si pone quindi una questione cruciale: stiamo andando verso una scuola “on demand”? Alcune riflessioni sui piani di studio personalizzati e sulla crescente richiesta di certificazioni suggeriscono una fragilità diffusa tra i giovani. Sebbene la scuola debba adattarsi alle necessità degli studenti, non può trasformarsi in un ambiente esclusivamente orientato alla compensazione di ogni difficoltà. La crescita implica inevitabilmente fatica, e i percorsi educativi devono mantenere una struttura chiara e solida.
Alla domanda su quali siano le tre azioni più importanti che un insegnante dovrebbe adottare per supportare gli studenti di oggi, Pellai risponde sottolineando il legame tra emozione e cognizione. Ogni esperienza di apprendimento deve essere coinvolgente e stimolante, favorendo un ambiente di attenzione condivisa e riducendo le distrazioni, come l’uso degli smartphone in aula.
Infine, un aspetto rilevante riguarda il ruolo dei media e della comunicazione. Ognuno deve stabilire le proprie regole di interazione con il digitale. Per Pellai, i social rappresentano uno strumento di divulgazione e competenza, dove il linguaggio deve rimanere rispettoso e informato. Chi si occupa di comunicazione ha la responsabilità di elevare il dibattito culturale e sociale, anziché abbassarne il livello. La coerenza e la consapevolezza del messaggio trasmesso sono elementi chiave in questo processo.
In conclusione, la metafora utilizzata da Pellai sintetizza la sua visione: un bambino con uno smartphone è paragonabile a un guidatore inesperto su un’autostrada. Per garantire uno sviluppo sano ed equilibrato, è necessario fornirgli un ambiente sicuro in cui possa acquisire le competenze necessarie per affrontare le sfide della crescita.